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Eleonora d'Arborea

Cagliari

L. Wittgenstein : Il denominare e il significato come uso

Le ricerche

Wittgenstein, nel Tractatus, pensava di aver definito la “forma generale della proposizione”(6). Ora la sua convinzione è che non esista una proposizione tipica: le varie proposizioni non si lasciano ricondurre a una forma unica.

 

Ma quanti tipi di proposizione ci sono? Per esempio: asserzioni, domanda e ordine? – Di tali tipi ne esistono  innumerevoli: innumerevoli tipi differenti d’impiego di tutto ciò che chiamiamo «segni»,  «parole»,  «proposizioni ». (par. 23)

 

Alcune proposizioni servono a denominare le cose, come quando nel gioco degli scacchi diciamo Questo è il re. Allo stesso modo molte parole sono nomi di cose, come quando diciamo Il nome di questo è: penna.

Denominare è, però, solo un gioco tra i tanti. E, oltre tutto, il dare un nome (cioè, il far corrispondere un nome a una cosa) esige la conoscenza delle regole del denominare, ossia di quelle norme che, in ultima analisi rinviano a un contesto sociale ed extralinguistico (nelle nostre società siamo stati educati – in qualche modo addestrati – a chiedere il nome di qualcosa e a utilizzare il nome per “chiamare” qualcosa. Cfr. par.27).

 

Ma molte proposizioni non indicano fatti, o realtà delimitabili, e tante parole non indicano cose:

 

 «Denominiamo le cose, e così possiamo parlarne. Riferirci ad esse nel discorso». – Come se con l’atto del denominare fosse già dato ciò che faremo in seguito. Come se ci fosse una sola cosa che si chiama: « parlare delle cose ». Invece, con le nostre proposizioni, facciamo le cose più diverse. Si pensi soltanto alle esclamazioni. Con le loro funzioni diversissime.

  • Acqua!

  • Via!

  • Ahi!

  • Aiuto!

  • Bello!

  • No!

Adesso sei ancora disposto a chiamare queste parole « denominazioni di oggetti »? [...] (par. 27; corsivo mio.)

 

Le nostre espressioni linguistiche non sempre si riferiscono a fatti e non sempre le parole sono nomi di cose.

 Basta mettere un punto esclamativo, pronunciare un’esclamazione e anche un nome (che denomina un oggetto) cambia il suo significato: c’è una bella differenza tra il semplice indicare un liquido da bere e dire, invece, “Acqua!”.

E ancora: ci sono parole che non denominano alcun oggetto. A cosa si riferisce “Ahi!”? 

 

Si può inoltre osservare che il significato delle parole non è fisso, e che ogni definizione è parziale e varia al variare del contesto. Al fondo non ci sono significati o definizioni. C’è solo l’uso di un termine o di espressioni più articolate dentro i vari contesti linguistici istituiti dalle forme del vivere sociale.

 

 Mostrando a qualcuno il pezzo che rappresenta il re nel giuoco degli scacchi e dicendogli: «Questo è il re », non gli si spiega l’uso di questo pezzo – a meno che l’altro non conosca già le regole degli scacchi tranne quest’ultima determinazione: la forma del re [...] (par. 27; corsivo mio)

 

Continuando il paragone con il gioco degli scacchi: so “muovere” le parole non quando presumo di conoscere statiche corrispondenze a oggetti (se ve ne sono) e immobili definizioni, ma solo quando mostro di saperne fare uso appropriato dentro la “partita”e le sue regole. Ed è proprio il gioco con le sue regole a esigere un determinato uso dei “pezzi”.

Il modo in cui un parlante «‘concepisce’ la definizione si vede dal modo in cui usa la parola definita». (par. 29)

 

 

 

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