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Eleonora d'Arborea

Cagliari

L. Wittgenstein : I giochi linguistici

Le ricerche

Nel Tractatus Wittgenstein riteneva che le proposizioni fossero raffigurazioni o descrizioni di stati di cose (senso della proposizione).

La proposizione era considerata come costruita su nomi i quali rimandavano a oggetti del mondo (significato dei nomi).

Ora la questione è affrontata in maniera più ricca e complessa.

 

La proposizione è considerata come parte di un sistema linguistico e solo entro tale contesto assume un senso. La novità è che una proposizione (di cui non si nega possa essere, in certi casi, la rappresentazione di un fatto) assume un senso in relazione con altre. Inoltre il senso stesso varia al variare del contesto del discorso:

la proposizione Piove ha un diverso valore in questi due contesti:

 

Piove. Le condizioni stradali sono pericolose. Non prenderò l’auto.

Piove. I campi saranno irrigati. Sarà un bene per gli agricoltori.

 

Anche i nomi riceveranno significato dal contesto linguistico di cui fanno parte. Il significato non è dato dalla corrispondenza con un oggetto, ma dall’uso, ossia dal modo in cui un termine viene di fatto usato all’interno di una specifica forma di linguaggio.

 Inoltre, questa sorta di azione con il linguaggio, rimanda a un contesto extralinguistico, a una comunità di parlanti (una società), con la sua storia, le sue convenzioni, le sue norme, le sue tradizioni.

 

Ma la grossa novità è che non c’è un solo linguaggio. Molti sono i tipi di linguaggio e svariati i sistemi linguistici cui possiamo riferirci.

 

All’interno di queste considerazioni, Wittgenstein propone di paragonare i differenti linguaggi a giochi. I linguaggi sono giochi linguistici. E, come in tutti i giochi, anche in quelli linguistici ci sono regole che bisogna conoscere e rispettare. Le regole contano più dei singoli “pezzi” del gioco (Wittgenstein propone un paragone con gli scacchi, p.es.: par.31): le parole funzionano e possono essere usate appropriatamente solo se comprendiamo, conosciamo e applichiamo le regole del particolare gioco linguistico che stiamo giocando.

 

Qui la parola «gioco linguistico» è destinata a mettere in evidenza il fatto che il parlare un linguaggio fa parte di un’attività, o di una forma di vita. (par. 23)

 

[...] immaginare un linguaggio significa immaginare una forma di vita. (par. 19)

 

Il gioco, l’attività del giocare, sono espressioni concrete e dinamiche di una comunità, di una determinata società e della sua cultura. In queste espressioni si rivela un modo di essere, una visione del mondo, un’attenzione a certi interessi, a certi bisogni, il manifestarsi di particolari comportamenti: una “forma di vita”.

I linguaggi, pensati come giochi, trovano fondamento nella storia e nella struttura complessiva di una società. Evidentemente la grammatica – le regole che determinano (alla pari di un gioco) la correttezza di un linguaggio – non basta a descrivere gli scopi e il funzionamento effettivo delle costruzioni linguistiche; essa rimanda ad altro: alla forma di vita di un data comunità umana.

 

 

Considera la molteplicità dei giochi linguistici contenuti in questi (e in altri) esempi:

  • Comandare, e agire secondo il comando –

  • Descrivere un oggetto in base al suo aspetto o alle sue dimensioni –

  • Costruire un oggetto in base a una descrizione (disegno) –

  • Riferire un avvenimento –

  • Far congetture intorno all’avvenimento –

  • Elaborare un’ipotesi e metterla alla prova –

  • Rappresentare i risultati di un esperimento mediante tabelle e diagrammi –

  • Inventare una storia e leggerla –

  • Recitare a teatro –

  • Cantare in girotondo –

  • Sciogliere indovinelli –

  • Fare una battuta; raccontarla –

  • Risolvere un problema di aritmetica applicata –

  • Tradurre da una lingua in un’altra –

  • Chiedere, ringraziare, imprecare, salutare, pregare. (ivi)

 

Da notare il commento finale:

 

– È interessante confrontare la molteplicità degli strumenti del linguaggio e dei loro modi di impiego, la molteplicità dei tipi di parole e di proposizioni, con quello che sulla struttura del linguaggio hanno detto i logici. (E anche l’autore del Tractatus logico-philosophicus.) (ivi)

 

Affermazione che si può confrontare con il passo seguente:

 

[...] come se ci fosse bisogno del logico per rivelare finalmente agli uomini che aspetto ha una proposizione corretta. (par. 81)

 

Wittgenstein prende così le distanze dalla convinzione che debba esserci un linguaggio unico, o che esista un’unica grammatica del linguaggio (che il logico avrebbe il compito di illustrare).

 Ogni gioco linguistico ha regole proprie, che possono non valere per altri giochi. E ogni gioco, se funziona, ha il proprio valore, la propria rispettabilità. Non vi sono gerarchie tra i linguaggi. Sceglieremo quello che sarà più utile allo scopo che, in certo momento, ci prefiggiamo.

 

 

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