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Eleonora d'Arborea

Cagliari

L. Wittgenstein : Il Tractatus Logico-philosophicus

  6. La forma generale della funzione di verità delle proposizioni elementari è [  p-bar ,  xi-bar , N(  xi-bar )].

 

1. La forma della funzione di verità

 Wittgenstein sintetizza in questo modo la struttura costante della proposizione.I simboli rappresentano nell’ordine: 

  • la totalità delle proposizioni elementari;

  • (leggi: csi) un insieme di proposizioni (su cui si applica l’operazione N);

  • l’operazione della negazione, N; e, quindi, la negazione delle proposizioni rappresentate da   xi-bar  .

Senza entrare nei dettagli tecnici – cosa inopportuna in questa sede – possiamo notare come l’idea di Wittgenstein sia che ogni proposizione è il risultato dell’applicazione successiva dell’operazione di negazione alle proposizioni elementari (cfr. 6.01).

L’operazione di negazione per giungere a stabilire delle proposizioni si può intendere sulla scorta di qualche semplice esempio:

  • p  è vera se  ~ p  è falsa, quindi se  ~ ( ~ p);

  • p v q  è vera se almeno uno dei disgiunti (p, q) è vero, in altre parole se  ~ (~ p . ~ q): sulla 

scorta dell’operazione di negazione abbiamo così ridefinito il valore di verità della funzione di verità detta disgiunzione (espressa dal connettivo v); e così via. 

È possibile dunque stabilire delle equivalenze tra proposizioni che hanno differenti forme logiche (disgiunzioni, condizionali, etc.), trasformandole l’una nell’altra con una serie di passaggi che hanno solo il compito di svolgere quanto è implicito. Si comprende quindi la conseguenza tratta da Wittgenstein:

 

 Le proposizioni della logica sono tautologie (6.1). Le proposizioni della logica dicon dunque nulla. (Esse sono le proposizioni analitiche.) (6.11). [...] La dimostrazione delle proposizioni logiche consiste nel farle nascere da altre proposizioni logiche per applicazione successiva di certe operazioni, le quali, dalle prime, riproducono sempre nuove tautologie. (E invero solo tautologie seguono da una tautologia.) (6.126; primi due corsivi miei). Ancora Wittgenstein osserva che la logica non è una dottrina, ma un’immagine speculare (certo, mediata dai segni) del mondo: la logica mostra la logica del mondo. E quello che la logica fa con proposizioni, la matematica lo fa con equazioni (cfr. 6.13 e 6.22). La matematica è un metodo logico (6.2)

 

 

2. La scienza

Se la logica esprime tutte le possibilità del mondo, il sapere scientifico offre una descrizione del mondo nella sua realtà: Pur attraverso tutto l’apparato logico le leggi fisiche parlano tuttavia degli oggetti del mondo. (6.3431)

 

Ora, comunemente si crede che le leggi delle scienze naturali si ottengano per induzione, ma Wittgenstein osserva che l’induzione non è un metodo della logica (ripropone la critica mossa da Hume). In precedenza aveva sostenuto: 

 Gli eventi del futuro non possiamo arguirli dai presenti. La credenza nel nesso causale è la superstizione. (5.1361).

 

L’induzione o la legge di causalità (ogni evento ha una causa e può essere spiegato mediante leggi) non sono altro che semplici regole, o tecniche, da usarsi per rappresentare il mondo in un certo modo. Il nesso causale se fosse preso come una descrizione vera del mondo non sarebbe altro che una credenza metafisica, in questo caso una sorta di superstizione.

Tutta la moderna concezione del mondo si fonda sull’illusione che le cosiddette leggi naturali siano le spiegazioni dei fenomeni naturali. (6.371) 

Wittgenstein si spiega con un esempio.

La meccanica newtoniana dà una descrizione unitaria del mondo. Come? Aiutiamoci con un’analogia: pensiamo a una superficie bianca con sopra delle macchie nere irregolari; immaginiamo di ricoprire la superficie con un fine reticolato a maglie quadrate; di ogni quadrato sarà possibile dire se è bianco o nero. Abbiamo dato una descrizione unitaria di una realtà in termini di quadrati bianchi o neri. Ma era solo una delle possibilità: avremmo potuto utilizzare maglie esagonali o triangolari e riuscire altrettanto bene. Fuor di metafora, la meccanica newtoniana ci dice: eccoti assiomi da cui dedurre una serie di proposizioni descrittive. O, procedendo ancora per analogia: eccoti le pietre con cui costruire l’edificio (cfr. 6.341).

 La meccanica è un tentativo di costruire tutte le proposizioni vere, che ci servono per la descrizione del mondo, secondo un unico piano. (6.343)

A tutto ciò si potrebbe aggiungere una considerazione: le leggi della scienza di per sé non sono né vere né false, dato che solo le proposizioni elementari possono essere tali sulla scorta del confronto con l’esperienza (con situazioni, sempre singolari). Le leggi scientifiche non sono descrizioni di stati di cose, bensì solo metodi, tecniche o strumenti che guidano una possibile descrizione del mondo. Né vere né false, e perciò senza senso, sono oltre a ciò incapaci di spiegare cosa sia in sé il mondo.

3.Il senso del mondo

Wittgenstein è giunto ai seguenti risultati:

 

1.      il linguaggio ha un senso se possiamo produrre proposizioni semplici che confrontate con il mondo risultano essere vere o false;

2.      possiamo produrre proposizioni complesse anch’esse dotate di senso se il valore di verità delle proposizioni che le costituiscono risulta essere vero o falso;

3.      I punti 1 e 2 delimitano il campo delle proposizioni scientifiche;

4.      si possono studiare gli schemi logici affinché si mostri  la struttura del linguaggio e il modo in cui le proposizioni si connettono correttamente tra loro per mezzo di operatori (come ha chiarito il calcolo proposizionale);

5.      le proposizioni della logica non parlano del mondo; non sono dotate di senso ma neppure insensate, dato che ci permettono di operare con simboli e di chiarire le regole di tali operazioni;

 

6.      la matematica è un metodo  logico;

7.      non si può fare altro col linguaggio; è quindi escluso ogni discorso etico, estetico o, in generale metafisico; semplicemente queste pseudoproposizioni non parlano del mondo, né operano sul simbolismo, quindi non sono nè vere né false ma, semplicemente, insensate.

 

 

Chiariamo questo ultimo passaggio.

Il mondo è la totalità dei fatti. In esso quindi non vi sono valori. Già Hume insegnava che non c’è passaggio da fatti a valori e Kant riteneva che qualsiasi convinzione etica ed estetica non potesse ricondursi a descrizioni scientifiche.

Se c’è un valore (e qui Wittgenstein è ancora una volta, a modo suo, vicino a posizioni kantiane), esso deve essere fuori del mondo (cfr. 6.41).

Siccome le proposizioni della scienza non possono esprimere nulla di più alto, non ci sono proposizioni etiche (cfr. 6.42). Nemmeno ci sono proposizioni che riescano a fondare, in senso scientifico, e ad esprimere in linguaggio empirico o fattuale, apprezzamenti di tipo estetico intorno alla natura della bellezza: Etica ed estetica sono uno (6.421).

 

Noi sentiamo che, anche una volta che tutte le possibili domande scientifiche hanno avuto risposta, i nostri problemi vitali non sono ancora neppur toccati. Certo allora non resta più domanda alcuna; e appunto questa è la risposta. (6.52)

 

Bisogna prestare molta attenzione a tutto ciò: Wittgenstein non sta negando che vi siano valori etici o estetici. Era estremamente interessato a tutto ciò, che è quel che conta veramente, essendo il problema della vita e il senso stesso del mondo. Il fatto è che riteneva che queste tematiche non potessero trovare adeguata espressione linguistica. Bisogna anche ricordare la stessa riflessione filosofica è impotente davanti a queste questioni. Quando si incammina per questa via non fa che produrre non sensi (rileggere l’aforisma 4.003).

 

Il metodo corretto della filosofia sarebbe propriamente questo: nulla dire se non ciò che può dirsi; dunque, proposizioni della scienza naturale – dunque, qualcosa che con la filosofia nulla ha da fare –, e poi, ogni volta che altri voglia dire qualcosa di metafisico, mostrargli che, a certi segni delle sue proposizioni, egli non ha dato un significato alcuno [...]. (6.53)

 

 È necessario riflettere su quel che Wittgenstein scrisse a Ludwig von Ficker, editore della rivista Der Brenner:

 

L’argomento del libro è etico. [...] Il mio lavoro consiste di due parti: quello che ho scritto più tutto quello che non ho scritto. E proprio questa seconda parte è la più importante. [...] io sono convinto di essere riuscito nel mio libro a mettere ogni cosa saldamente al suo posto semplicemente col tacerne. (cit. in Letters from Ludwig Wittgenstein. With a memoir. Oxford 1967; ed. it.: Lettere di Ludwig Wittgenstein. Con ricordi di Paul Engelmann. Firenze 1970, p.115).

 

Bisogna tacere. Il senso del mondo (il sentire che è, non tanto come è), è ineffabile (cfr. 6.44 e 6.45). Esso appartiene più al campo del sentimento, dell’intuizione, si mostra nell’arte, o nello stile di vita della persona. Non vi è linguaggio scientifico o, tanto meno, filosofico o, peggio, metafisico che possa esprimerlo. Non si può dire. Appare, in tal senso, come qualcosa di mistico.

Addirittura la stessa pretesa di parlare del linguaggio nel tentativo di descrivere cosa esso sia e come possa raffigurare il mondo è, al fondo, insensata.

 

Le mie proposizioni illustrano così: colui che mi comprende, infine le riconosce insensate, se è salito per esse – su esse – oltre esse. (Egli deve, per così dire, gettar via la scala dopo che v’è salito.)

Egli deve superare queste proposizioni; allora vede rettamente il mondo. ( 6.54)

 

 

Siamo così pronti per l’ultimo aforisma – che lo stesso Wittgenstein lascia privo di commenti – al quale va riconnessa tutta la discussione precedente.

 

 

 

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