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Consideriamo
la parola “gioco”. Essa indica tutta una serie vastissima di
giochi particolari.
Stiamo
usando una parola per indicare delle caratteristiche comuni a
qualsiasi cosa che sia un gioco? Stiamo usando una parola per
riferirci a delle proprietà che caratterizzano la struttura
profonda di qualcosa? Siamo alla ricerca di qualche definizione
strutturale di certi oggetti? Stiamo definendo proprietà
essenziali? Vogliamo trovare un’essenza, una sostanza comune?
Secondo
Wittgenstein la risposta è No. Con la parola gioco non
indichiamo una classe di oggetti che hanno caratteristiche
comuni. Vediamo solo una rete di somiglianze.
A
ben guardare ci riferiamo ad altre parole (scacchi, carte,
calcio, basket, gare sportive, etc.; e anche: divertente,
vincere, perdere, competere, abilità, fortuna) che hanno usi
imparentati tra loro.
È
come indicare una famiglia, i cui componenti semplicemente si
rassomigliano a vicenda (cfr. parr. 65 e 66).
Un
termine generale (un nome comune, come la parola “gioco”) può
indicare una serie di oggetti o elementi raggruppabili proprio
perché coglie un uso simile – comune – delle parole che
stanno per questi oggetti.
É
un altro modo per ribadire che i termini non hanno un
significato definibile in astratto, che rimanda a cose o a
strutture ontologiche. Il significato è nell’uso,
all’interno di un linguaggio mobile e variabile che rinvia, in
ultima analisi, alle forme del vivere sociale.
Non
dire: «Deve esserci qualcosa di comune a tutti, altrimenti non
sarebbero ‘giochi’ » – ma guarda se ci sia qualcosa di
comune a tutti. – Infatti, se li osservi, non vedrai
certamente qualche cosa che sia comune a tutti, ma vedrai
somiglianze, parentele, e anzi ne vedrai tutta una serie. Come
ho detto: non pensare, ma osserva! [...]
E
il risultato di questo esame suona: vediamo una rete complicata
di somiglianze che si sovrappongono e si incrociano a vicenda.
Somiglianze in grande e in piccolo. (par.66)
Non
posso caratterizzare queste somiglianze meglio che con
l’espressione « somiglianze di famiglia » [...]
–
E dirò: i ‘giuochi’ formano una famiglia. [...] (par. 67)
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